Fonte: Focus.it
Le immagini dei recenti terremoti in Colombia e Venezuela hanno riportato l’attenzione sulla potenza distruttiva dei grandi eventi sismici. Il 10 agosto la Colombia è stata colpita da un terremoto di magnitudo 7,4, con ipocentro a oltre 100 chilometri di profondità. In Venezuela, il 24 giugno, si erano invece verificati in rapida successione due terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5, il più forte dei quali a soli 10 chilometri di profondità.
Terremoti di queste dimensioni sono legati a sistemi tettonici capaci di accumulare e liberare enormi quantità di energia, come le grandi zone di contatto tra placche presenti in Sud America o le lunghe faglie attive del Venezuela. Il contesto italiano è differente: la deformazione è distribuita su strutture tettoniche generalmente più corte e frammentate, che non consentono, salvo scenari eccezionali, rotture delle dimensioni necessarie a generare terremoti così intensi.
Sarebbe però un grave errore sentirsi al sicuro. In Italia, anche terremoti di magnitudo sensibilmente inferiore possono provocare danni molto pesanti, come dimostrano gli eventi dell’Aquila, dell’Emilia e dell’Italia centrale. La nostra maggiore criticità è infatti rappresentata dalla vulnerabilità della gran parte del patrimonio edilizio italiano, spesso costruito prima delle moderne normative o caratterizzato da vetustà e carenze strutturali. Negli ultimi decenni, terremoti compresi tra magnitudo 5,8 e 6,5 hanno infatti prodotto conseguenze molto rilevanti in diverse aree del Paese.
Non possiamo impedire che un terremoto avvenga, ma possiamo evitare che si trasformi in una catastrofe. Per farlo occorre investire nella conoscenza, nella prevenzione e soprattutto nella riduzione della vulnerabilità degli edifici esistenti. È questa la vera sfida della sicurezza sismica in Italia.
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