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Quando sembra che la Terra tremi di più:
come tecnologia e informazione cambiano la nostra percezione

Pubbl. 24 agosto 2026

 
 Mappa: Earthquakes in 2026 (≥M 5.0), dati USGS, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
 

Negli ultimi mesi le immagini dei terremoti in Myanmar, Colombia, Venezuela e Indonesia hanno fatto il giro del mondo in pochi minuti. Video di edifici che oscillano, persone in fuga e riprese dalle telecamere di sorveglianza raggiungono milioni di utenti prima ancora che arrivino gli approfondimenti degli esperti.


È quindi naturale chiedersi: i terremoti forti stanno davvero aumentando?
Secondo l'INGV, la risposta è no. I dati disponibili non mostrano un incremento anomalo dei terremoti di magnitudo pari o superiore a 6 rispetto all'andamento osservato negli ultimi decenni. 

A livello globale, ogni anno vengono registrati circa 20.000 terremoti, una media di 55 al giorno, mentre gli eventi di magnitudo 7 o superiore sono in media circa 16 all’anno, con oscillazioni naturali da un anno all’altro. Nel 2010, ad esempio, se ne contarono 23, contro i soli 6 del 1989. (Fonte: Centro Nazionale di Informazioni sui Terremoti degli Stati Uniti-Servizio Geologico degli Stati Uniti).

Quali sono dunque i fattori che determinano un aumento della percezione del rischio sismico?
Oltre alla comunicazione e ai progressi tecnologici nel monitoraggio dei terremoti, incidono in modo significativo anche la crescita demografica e la crescente concentrazione della popolazione nei grandi centri urbani.Una quota sempre maggiore di persone vive infatti in aree esposte agli effetti di un terremoto, rendendo il rischio più presente nella quotidianità e nella percezione collettiva.

Se i numeri però non raccontano un'escalation, perché abbiamo la sensazione opposta?
La risposta riguarda soprattutto il modo in cui oggi riceviamo le notizie.


Oggi vediamo molto di più e sappiamo molto di più
Negli ultimi decenni è cambiato profondamente anche il modo in cui i terremoti vengono osservati e studiati. Le reti sismiche sono diventate più fitte e sensibili, gli strumenti di rilevamento più precisi e l'elaborazione dei dati quasi istantanea. Se in passato la localizzazione di un terremoto richiedeva tempi più lunghi e un numero limitato di stazioni di monitoraggio, oggi migliaia di sensori distribuiti nel mondo consentono di individuare gli eventi con maggiore accuratezza e di condividerne rapidamente le informazioni.

A questo si aggiungono nuove tecnologie, come i sistemi satellitari, l'analisi dei dati in tempo reale e modelli sempre più sofisticati che aiutano i ricercatori a comprendere meglio il comportamento delle faglie e gli effetti dei terremoti sul territorio. Questa evoluzione rappresenta un enorme progresso scientifico: conoscere meglio un fenomeno non significa che il fenomeno stia diventando più frequente, ma che siamo sempre più capaci di misurarlo, documentarlo e analizzarlo.

Parallelamente, è cresciuta la capacità di proteggere il costruito
Mentre la ricerca ha rivoluzionato il modo di osservare i terremoti, anche l'ingegneria ha compiuto passi da gigante nella sicurezza strutturale e infrastrutturale. Negli ultimi decenni la progettazione antisismica è diventata sempre più prestazionale: accanto all'evoluzione normativa si sono diffuse tecnologie che fino a pochi anni fa appartenevano quasi esclusivamente alla ricerca come isolamento sismico, dissipazione dell'energia, monitoraggio continuo con sensori, modelli digitali delle infrastrutture e sistemi di Structural Health Monitoring che permettono di seguire nel tempo il comportamento di ponti, viadotti ed edifici strategici. 

Questo non significa che il rischio sia scomparso. Gran parte del patrimonio costruito nel nostro Paese resta vulnerabile e richiede interventi di prevenzione, manutenzione e adeguamento. 

Dalle edizioni straordinarie ai feed infiniti
Se la scienza ha accelerato la capacità di osservazione, la comunicazione ha accelerato la velocità con cui le immagini raggiungono il pubblico.

Per molto tempo l'informazione passava principalmente attraverso televisione, radio e quotidiani, seguendo tempi relativamente definiti. Oggi la comunicazione viaggia anche, e spesso soprattutto, attraverso social network, piattaforme video e sistemi di messaggistica.

Ogni terremoto genera una quantità enorme di contenuti prodotti direttamente da chi si trova sul posto: filmati ripresi con gli smartphone, dirette, immagini dalle telecamere di sicurezza, testimonianze pubblicate in tempo reale. Quei contenuti vengono condivisi, rilanciati, tradotti e ripubblicati fino a raggiungere un pubblico globale in poche ore.

Di conseguenza, anche eventi che statisticamente rientrano nella normalità diventano molto più presenti nella nostra esperienza quotidiana.

Il rischio della memoria breve
C'è però un altro effetto che merita attenzione.

L'enorme quantità di informazioni che scorre ogni giorno online tende a comprimere il tempo dell'attenzione. Un terremoto domina le conversazioni per qualche giorno, poi viene rapidamente sostituito dall'emergenza successiva.

Il rischio è quello di sviluppare una memoria sempre più breve: ricordiamo immagini molto forti, ma perdiamo facilmente il contesto che permette di comprenderle. 

Trasformare l'attenzione in cultura della prevenzione
Per chi si occupa di sicurezza strutturale questa è una sfida cruciale.

La comunicazione non può limitarsi a correggere informazioni imprecise: deve riuscire a trasformare l'attenzione generata dagli eventi in una cultura della prevenzione più duratura. I dati scientifici, il monitoraggio continuo del territorio e il lavoro della ricerca devono trovare spazio negli stessi canali in cui circolano immagini e video.

Perché se è vero che i canali online e tutta la rete amplificano la percezione del rischio, possono anche diventare uno strumento prezioso per mantenere viva l'attenzione sulla sicurezza sismica, ben oltre il ciclo delle notizie e l'impatto emotivo delle immagini.



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