L’Italia meridionale rappresenta uno dei settori a più elevata pericolosità sismica del Mediterraneo, caratterizzato dalla coesistenza di processi crostali, vulcanici e di subduzione. L’analisi della sismicità storica e strumentale evidenzia un marcato contrasto tra i due periodi: il primo dominato da grandi terremoti distruttivi lungo il sistema calabro-siculo e nello Stretto di Messina, e quello recente caratterizzato da un’elevata frequenza di eventi di magnitudo moderata, non accompagnata da un corrispondente incremento del momento sismico cumulativo, in parte attribuibile al miglioramento delle osservazioni strumentali, con la rilevante eccezione del terremoto dell’Irpinia del 1980.
In questo contesto si inserisce l’attività sismica degli ultimi decenni, inclusa quella dei primi mesi del 2026 nel basso Tirreno, con sequenze crostali e terremoti profondi, tra cui l’evento del 10 marzo (ML 5.9, ~410 km), associato alla subduzione ionica.
L’assenza di eventi di magnitudo comparabile a quelli storici non implica, tuttavia, una riduzione del potenziale sismogenetico delle principali strutture attive, ma piuttosto riflette la variabilità temporale del rilascio sismico.
Dal punto di vista del rischio sismico, la sismicità crostale rimane il principale elemento di criticità nelle aree ad elevata vulnerabilità ed esposizione, tra cui le principali aree metropolitane dell’Italia meridionale (Catania, Messina, Palermo, Reggio Calabria e Napoli), caratterizzate da elevate concentrazioni di popolazione, infrastrutture critiche e da un patrimonio edilizio spesso datato e non adeguato agli standard sismici moderni.
L’integrazione tra osservazioni sismologiche, reti sismiche urbane, monitoraggio strutturale e sistemi di analisi in tempo reale rappresenta quindi un elemento chiave per la mitigazione del rischio, includendo lo sviluppo di sistemi di Earthquake Early Warning (EEW) a scala locale, attualmente in fase di sviluppo.
Sismicità recente e il terremoto profondo di magnitudo ML 5.9 del 10.03.2026
L’analisi della sismicità recente nell’Italia meridionale (≤ 41°N; Figura 1a), basata sul dataset dell’INGV ISIDe nel periodo 2011-2026, suggerisce che una quota significativa del rilascio energetico sia associata a eventi localizzati a profondità intermedie e profonde, in particolare nel Tirreno meridionale, in Sicilia nord-orientale e lungo il settore calabro-ionico meridionale (Figura 1a). Tale distribuzione riflette sia le caratteristiche geodinamiche dell’area sia il miglioramento della capacità di rilevazione degli eventi a diverse profondità nel periodo strumentale più recente.
In Figura 1b è riportata la distribuzione della sismicità nel periodo 1981–2014, suddivisa per classi di profondità (0-30 km, > 30 - ≤60 km, ecc.) e sovrapposta ai modelli di velocità delle onde P (Vp) nei corrispondenti intervalli di profondità. I valori di velocità delle onde P (Vp) risultano coerenti con i range attesi per crosta e mantello superiore, con valori di ~5–6 km/s nella crosta superficiale, ~6–7 km/s nella crosta profonda e ~7.5–8.5 km/s nel mantello superiore, in accordo con i modelli tomografici regionali e globali.
L’inizio del 2026, e in particolare il mese di marzo, è stato caratterizzato da una sequenza di eventi sismici nel basso Tirreno, in Sicilia e Calabria meridionale, principalmente distribuiti tra le Egadi, le Eolie e l’area del Messinese. Tra questi, il terremoto più energetico nel dominio crostale è stato quello di magnitudo Mw 4.7 del 21 marzo 2026 localizzato nel Tirreno meridionale a ovest di Alicudi, seguito a breve distanza temporale da un evento di magnitudo ML 4.1 e da numerose repliche. Le scosse sono state avvertite in un’ampia area della Sicilia settentrionale e della Calabria e rientrano nel quadro della sismicità crostale tipica dell’area, dove eventi di magnitudo compresa tra 4 e 5 risultano relativamente frequenti e generalmente associati a effetti limitati, soprattutto se localizzati in mare o a profondità medio-alte. Nelle aree vulcaniche persistono gli sciami ai Campi Flegrei (intensificatisi a partire dal 2023; Patanè et al., 2025) e all’Etna si segnala l’evento vulcano-tettonico del 4 marzo 2026 (Mw 4.4) che ha causato danni nella cittadina di Ragalna (Figura 2a).
Nel complesso, la sismicità osservata riflette l’interazione di diversi processi tettonici, tra cui la convergenza tra Africa ed Europa, l’estensione del Tirreno e la presenza di importanti strutture tettoniche regionali. La distribuzione degli eventi evidenzia le relazioni tra il sistema estensionale appenninico, l’arco calabro e i principali distretti vulcanici attivi, delineando un contesto geodinamico complesso e in continua evoluzione (ad es. Montuori et al., 2026). Tale quadro, pur coerente con i modelli geodinamici attuali, evidenzia una significativa complessità strutturale e una possibile eterogeneità spaziale dei processi deformativi.
Figura 1. a) Distribuzione spaziale della sismicità dell’Italia meridionale (lat ≤ 41°) nel periodo 2011–2026, basata sul database ISIDe. Gli eventi con profondità >50 km sono rappresentati con simboli quadrati di dimensione maggiore, mantenendo la codifica cromatica per classi di magnitudo.
b) Distribuzione della sismicità nel periodo 1981–2014, suddivisa per classi di profondità (0-30 km, > 30 - ≤60 km, ecc.) e sovrapposta ai modelli di velocità delle onde P (Vp) nei corrispondenti intervalli di profondità.
Il terremoto profondo del 10 marzo 2026 (ML 5.9, ore 00:03 italiane), localizzato al largo della costa campana e caratterizzato da una profondità ipocentrale di 410 km, relativamente elevata per il contesto regionale, evidenzia come eventi particolarmente energetici possano anche originarsi all’interno della litosfera in subduzione senza produrre effetti rilevanti in superficie. Si tratta di un evento relativamente raro per l’area in termini di magnitudo, ma coerente con la sismicità profonda associata alla subduzione ionica. (La Torre et al., 2023). Tali terremoti avvengono lungo il piano di Wadati–Benioff, dove la litosfera oceanica ionica sprofonda al di sotto dell’arco calabro e del dominio tirrenico (Scarfì et al., 2018). Il terremoto del 10 marzo rappresenta quindi un caso emblematico di questa sismicità profonda, caratterizzata da elevata magnitudo ma da una ridotta capacità di generare danni in superficie. A causa della grande profondità, infatti, l’energia sismica si attenua significativamente durante la propagazione, determinando un risentimento generalmente debole nelle aree epicentrali ma percepibile su distanze molto ampie, fino a diverse centinaia di chilometri (Figura 2b).
Dal punto di vista geodinamico, gli eventi sismici profondi osservati riflettono i processi attivi nella litosfera in subduzione, dove elevate pressioni e temperature favoriscono meccanismi di deformazione profonda e transizioni di fase mineralogiche (ad esempio olivina → spinello), nonché processi di instabilità associati alla disidratazione dei minerali, in grado di innescare fratturazione fragile anche a grande profondità, in accordo con i principali modelli di sismicità profonda. Questo tipo di sismicità si inserisce nel più ampio contesto evolutivo della penisola italiana, legato all’interazione tra collisione continentale e subduzione, con evidenze che si estendono fino a centinaia di chilometri di profondità al di sotto dell’Appennino e dell’Arco Calabro.
La transizione tra Appennino settentrionale e meridionale è caratterizzata da un marcato cambiamento nella distribuzione della sismicità (La Torre et al., 2023). Nell’Appennino meridionale, la sismicità si concentra in una fascia relativamente ristretta (alcune decine di chilometri), orientata SW–NE, in corrispondenza delle principali sorgenti sismogenetiche riportate nel database DISS (DISS Working Group, 2025).
Questi settori rappresentano le principali aree sismogenetiche dell’Italia meridionale e sono responsabili dei maggiori terremoti storici, tra cui gli eventi del 1693 in Sicilia, del 1783 in Calabria, del 1857 in Basilicata e del 1908 nello Stretto di Messina.
Figura 2. Mappe di Intensità Mercali-Cancani-Sieberg (MCS) stimate per i terremoti del 4 marzo 2026 di Mw 4.4 che ha provocato notevoli danneggiamenti nell’abitato di Ragalna (a) e del 10 marzo 2026 di ML 5.9 che ha avuto un ampio risentimento in Italia senza generare danni in superficie (b) (sito INGV https://e.hsit.it, HaiSentitoilTerremoto).
Dopo il terremoto del 1908, pur in presenza di eventi significativi come quello dell’Irpinia del 1980, si osserva una maggiore incidenza di terremoti di più bassa magnitudo (inferiore a 5) e, nelle osservazioni strumentali più recenti, anche di eventi profondi, che contribuiscono al rilascio energetico ma con impatto macrosismico generalmente più contenuto. Questo comportamento è coerente con un regime osservativo più completo e con la maggiore capacità di rilevare eventi di bassa e media magnitudo. La sismicità intermedia e profonda nel Tirreno meridionale evidenzia il ruolo della subduzione ionica nel bilancio energetico recente (La Torre et al., 2023). In generale, questo quadro suggerisce una possibile variazione nella distribuzione del rilascio energetico tra sismicità crostale e profonda; tuttavia, tale interpretazione deve essere considerata con cautela, alla luce delle differenze di completezza e qualità tra i cataloghi storici e strumentali.
Sismicità storica
L’analisi congiunta della distribuzione temporale e spaziale della sismicità dell’Italia meridionale, basata sul catalogo CPTI15 e supportata dal database macrosismico DBMI15 (dall’anno 1000 al 2020; Rovida et al., 2022; Locati et al., 2022), evidenzia una marcata differenza tra il periodo storico e quello strumentale. Nel periodo storico, pur in presenza di inevitabili limiti osservativi, il catalogo risulta affidabile per gli eventi di magnitudo medio-alta, responsabili di effetti macrosismici significativi. In particolare per magnitudo ≥ 6.0–6.5, la completezza del catalogo può essere considerata elevata.
Gli eventi con magnitudo ≥ 6.5, evidenziati nelle Figure 3 e 4 e associati a specifiche località, si concentrano lungo i principali settori sismogenetici dell’Appennino meridionale e dell’arco calabro-siculo, includendo terremoti storici quali il 1693 in Sicilia sud-orientale, la sequenza del 1783 in Calabria, il 1857 in Basilicata e il 1908 nello Stretto di Messina, oltre ad altri eventi rilevanti (es. Irpinia 1694, Calabria centrale 1905, Irpinia 1980).
Questi terremoti, caratterizzati da elevato rilascio energetico e ampia estensione degli effetti macrosismici, si riflettono chiaramente come incrementi a gradini nella curva del momento sismico cumulativo (Figura 3), evidenziando come il bilancio energetico regionale sia dominato da un numero limitato di eventi di grande magnitudo.
La Figura 3 mostra infatti una distribuzione fortemente disomogenea nel tempo, con lunghi intervalli caratterizzati da sismicità moderata intervallati da episodi di rilascio energetico eccezionale.
La relativa scarsità di eventi di bassa magnitudo nel periodo storico deve essere interpretata come effetto dell’incompletezza del catalogo per magnitudo inferiori a circa 5, e in parte anche per valori intorno a tale soglia, mentre gli eventi più forti risultano ben documentati grazie agli effetti macrosismici riportati nel DBMI15. Al contrario, nel periodo strumentale recente si osserva un significativo aumento del numero di eventi registrati, principalmente nelle classi di magnitudo medio-bassa. Tale incremento non si riflette in un analogo aumento del momento sismico cumulativo complessivo, che, come nel periodo storico, rimane dominato da eventi rari di grande magnitudo.
Figura 3. Distribuzione temporale della sismicità dell’Italia meridionale (lat ≤ 41°) dal 1500 al 2026, basata sul catalogo CPTI15–DBMI15 e integrata con dati recenti. I punti rappresentano gli eventi sismici distinti per classi di magnitudo, mentre la linea continua nera indica il momento sismico cumulativo. I principali terremoti storici (ad es. 1693 Sicilia sud-orientale, 1783 Calabria, 1857 Basilicata, 1908 Stretto di Messina) corrispondono a salti marcati nella curva del momento sismico cumulativo, evidenziando come il rilascio di energia sismica sia dominato da un numero limitato di eventi di grande magnitudo. A partire dal miglioramento delle osservazioni strumentali (≈ anni ’80), si osserva un significativo aumento del numero di eventi registrati, non accompagnato da un analogo incremento del momento sismico cumulativo, indicando che la maggiore frequenza è principalmente legata al miglioramento della capacità osservativa.
A partire dagli anni ’80, con la progressiva densificazione delle reti sismiche, si osserva un significativo aumento del numero di eventi registrati, soprattutto nelle classi di magnitudo medio-bassa, senza un corrispondente incremento del momento sismico cumulativo. Ciò conferma che l’aumento osservato è principalmente legato al miglioramento delle osservazioni strumentali.
Nel periodo recente non si registrano intensità macrosismiche comparabili a quelle dei grandi terremoti storici, mentre l’attività è dominata da eventi a impatto locale limitato.
Dal punto di vista spaziale (Figura 4), tali terremoti si concentrano lungo il sistema calabro-siculo e nello Stretto di Messina, in continuità con le principali strutture sismogenetiche evidenziate anche dagli eventi storici di maggiore magnitudo, coerentemente con il quadro sismotettonico regionale e con i modelli geodinamici dell’arco calabro (Neri et al., 2020; Scarfì et al., 2016, 2018).
In questo contesto, risulta particolarmente significativo il comportamento del sistema sismico successivo al terremoto del 1908 nello Stretto di Messina: nonostante una sismicità diffusa e continua, non si sono verificati eventi comparabili, in termini di energia e impatto macrosismico, a quelli dei secoli precedenti.
Come evidenziato dalla Figura 3, il periodo successivo al 1908 è caratterizzato non solo dall’assenza di eventi di magnitudo comparabile ai grandi terremoti storici, ma anche da una ridotta occorrenza di eventi nelle classi di magnitudo intermedia-alta (6.0 ≤ Mw < 7.0). Questa apparente “lacuna” nelle classi di magnitudo medio-alta contribuisce a spiegare la minore crescita del momento sismico cumulativo nel periodo recente, suggerendo una possibile variazione nel regime di rilascio dell’energia sismica. Questa evidenza risulta coerente con la sostanziale completezza del catalogo per magnitudo Mw ≥ 6. In questo contesto, l’analisi del momento sismico cumulativo suggerisce una diversa distribuzione del rilascio energetico nel tempo, solo parzialmente compensata da eventi rilevanti come il terremoto dell’Irpinia del 1980.
Nel complesso, l’analisi congiunta delle Figure 3 e 4 evidenzia come, nonostante l’elevata frequenza della sismicità strumentale recente, il regime energetico regionale rimanga fortemente controllato da eventi rari e di più grande magnitudo (Mw ≥ 6.5), che concentrano la maggior parte del rilascio di energia sismica e definiscono i principali domini sismogenetici dell’Italia meridionale.
Figura 4. Distribuzione spaziale degli epicentri dei terremoti storici e strumentali (lat ≤ 41°) derivata dal catalogo CPTI15-DBMI15 (dall’anno 1000 al 2020). I colori rappresentano le classi di magnitudo (4≤Mw<5, 5≤Mw<6, 6≤Mw<7, Mw≥7). I principali terremoti storici sono indicati con l’anno di occorrenza. La mappa evidenzia una forte concentrazione degli eventi di maggiore magnitudo lungo il settore calabro-siculo e nello Stretto di Messina, in accordo con la distribuzione delle massime intensità macrosismiche del DBMI15. Al contrario, altre aree, come la Sicilia occidentale e i domini vulcanici, mostrano una sismicità più diffusa ma generalmente caratterizzata da magnitudo inferiori. Nell’inset in basso a destra sono riportati i valori del tasso di deformazione sismica stimati a partire dal 1600 per terremoti di magnitudo ≥ 6.0 (Figura 3b in Neri et al., 2020). La distribuzione spaziale del rilascio energetico risulta quindi fortemente localizzata e coerente con il quadro sismotettonico dell’arco calabro e dei sistemi di faglia associati (DISS Working Group, 2025).
Rischio sismico, prevenzione e mitigazione
Il rischio sismico deriva dall’interazione tra pericolosità, esposizione e vulnerabilità del patrimonio edilizio, secondo lo schema R = P × V × E. Nell’Italia meridionale, le regioni dell’Appennino meridionale e dell’arco calabro-siculo rappresentano alcune delle aree più critiche del territorio nazionale.
Una quota rilevante del costruito è stata realizzata prima dell’introduzione delle moderne normative antisismiche, spesso con tecniche non adeguate alle azioni sismiche. Studi recenti basati su modelli probabilistici e scenari di danno a scala nazionale (piattaforma IRMA, Reluis–DPC) indicano che una quota significativa del patrimonio edilizio presenta livelli di vulnerabilità tali da richiedere interventi di miglioramento o adeguamento (es. Dolce et al., 2021; Borzi et al., 2021), con criticità particolarmente elevate nei centri storici e nei piccoli borghi appenninici. La vulnerabilità è ancora più significativa per gli edifici strategici, in particolare le scuole. Sempre a scala nazionale, analisi recenti evidenziano che, in scenari sismici di riferimento, una quota significativa del patrimonio scolastico può risultare potenzialmente inutilizzabile (es. Cattari et al., 2024; Demartino, 2025). La combinazione tra elevata pericolosità, esposizione e vulnerabilità rende il rischio sismico in Italia tra i più elevati in Europa (Dolce et al., 2021).
La riduzione del rischio richiede un approccio integrato articolato su tre livelli:
-
Prevenzione strutturale, mediante adeguamento del costruito e pianificazione basata su microzonazione sismica;
-
Conoscenza e monitoraggio, attraverso reti sismiche e osservazioni e indagini integrate;
-
Mitigazione operativa, basata su sistemi di monitoraggio in tempo reale e supporto alle decisioni.
Gli studi di microzonazione rappresentano uno strumento fondamentale per la pianificazione territoriale, ma presentano limiti nei contesti urbani complessi, dove l’eterogeneità locale dello scuotimento può non essere completamente rappresentata. In particolare, essi non descrivono pienamente la variabilità dello scuotimento alla scala dell’aggregato urbano o del singolo edificio, né supportano decisioni operative in tempo reale. In questo quadro, l’integrazione con sistemi di monitoraggio in tempo reale risulta strategica.
Le Reti Sismiche Urbane/Osservatori Sismici Urbani (OSU), in fase di sviluppo a Catania, Campi Flegrei, Messina e Reggio Calabria e coordinate dal CMSU dell’INGV, consentono di misurare direttamente lo scuotimento a scala urbana, evidenziando effetti di amplificazione locale osservati.
Un esempio significativo recente è rappresentato dallo sviluppo delle reti sismiche urbane di Messina e Reggio Calabria nell’ambito del Progetto “Monitoring Earth’s Evolution and Tectonics-MEET” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), le cui stazioni sono state installate prevalentemente in edifici strategici, in particolare scuole. In questo contesto, le misure accelerometriche permettono di supportare la gestione dell’emergenza su base oggettiva, evitando chiusure generalizzate e favorendo la priorizzazione degli interventi in funzione dei livelli effettivi di scuotimento.
In Figura 5 sono mostrate le registrazioni accelerometriche della componente verticale del terremoto di ML 3.1 del 30 marzo 2026 (03:58 UTC), localizzato circa 15–20 km a NO di Reggio Calabria. I valori di PGA massima, calcolati considerando le tre componenti del moto del suolo, registrati dalle stazioni delle reti OSU di Messina (15–25 km dall’epicentro) e Reggio Calabria (15–20 km), risultano complessivamente coerenti con quelli stimati dalla ShakeMap regionale, pur con differenze locali attribuibili a effetti di sito e amplificazioni non completamente risolte dalla modellazione.
I dati evidenziano, infatti, una marcata variabilità spaziale dello scuotimento, con valori di PGA compresi tra 0.5–1.5 cm/s² nell’area urbana di Messina e tra 0.98–7.28 cm/s² nell’area urbana di Reggio Calabria.
Tale variabilità, non completamente risolta dalla modellazione regionale, è attribuibile a effetti di sito e fenomeni di amplificazione locale.
Le reti OSU consentono quindi di cogliere la reale distribuzione dello scuotimento a scala urbana, superando i limiti delle rappresentazioni regionali. In questo contesto operativo, le reti sismiche urbane rappresentano una piattaforma promettente per lo sviluppo e la sperimentazione di sistemi di Earthquake Early Warning (EEW) on-site e impact-based, basati sull’analisi in tempo reale dei primi secondi del segnale sismico (onde P) e sulla stima dei parametri di scuotimento a scala locale. Tali sistemi, operando in prossimità degli edifici monitorati, possono fornire informazioni tempestive sul potenziale impatto del sisma, contribuendo allo sviluppo di sistemi di allerta precoce a scala locale e di strategie di mitigazione automatizzata, la cui efficacia richiede le necessarie validazioni.
A titolo di esempio, in
Figura 6 sono riportati accelerogrammi, spettri di risposta e parametri di scuotimento per le stazioni delle due reti che hanno registrato il valore minimo e massimo di PGA (
Tabella 1). Le
accelerazioni spettrali (PSA), pur derivate dal moto del suolo, rappresentano un indicatore diretto della domanda sismica sulle strutture, costituendo un ponte tra osservazione sismologica e risposta ingegneristica. L’analisi evidenzia inoltre che la
componente verticale presenta valori di PGA non trascurabili, in alcuni casi comparabili alle componenti orizzontali, indicando un contributo significativo delle onde P.
La variabilità osservata anche sulla componente verticale suggerisce la presenza di effetti locali complessi e mette in evidenza i limiti dei modelli regionali nel descrivere la propagazione del moto
sismico in ambiente urbano.
Figura 5. Componenti verticali delle registrazioni accelerometriche relative all’evento di ML 3.1 del 30 marzo 2026 (03:58 UTC), localizzato a circa 15–20 km a NO di Reggio Calabria (stella rossa). Sono riportati i valori di PGA massima (% g), calcolati sulle tre componenti, alle stazioni delle reti sismiche urbane di Messina e Reggio Calabria. Al centro, la mappa superiore mostra i valori (% g) della ShakeMap regionale INGV, mentre quella inferiore riporta l’ubicazione delle stazioni accelerometriche (triangoli verdi) delle due reti urbane.
Tuttavia, l’uso delle PSA a livello del suolo richiede cautela e deve essere integrato con osservazioni dirette della risposta strutturale (SHM). Le reti sismiche urbane rappresentano quindi una delle principali infrastrutture emergenti per la realizzazione di sistemi avanzati di osservazione e gestione del rischio, consentendo di collegare in modo diretto: i) lo scuotimento misurato, ii) la risposta delle strutture e iii) le decisioni operative in emergenza. In integrazione con i sistemi di monitoraggio strutturale (SHM), esse permettono di superare una gestione qualitativa dell’emergenza, introducendo criteri quantitativi per la valutazione del danno e la priorizzazione degli interventi. Questo approccio risulta particolarmente efficace nei contesti urbani complessi, dove la distribuzione dello scuotimento e la vulnerabilità del costruito sono fortemente eterogenee.
In tale prospettiva, gli OSU si configurano come il punto di convergenza tra sismologia e ingegneria strutturale, costituendo infrastrutture strategiche per lo sviluppo di sistemi di allerta e gestione del rischio basati su dati in tempo reale e indicatori di impatto osservati.
In conclusione, nonostante l’elevato livello di efficienza nella gestione dell’emergenza, permane in Italia una difficoltà nell’attuazione sistematica di politiche di prevenzione. La sfida principale resta quindi quella di tradurre le conoscenze scientifiche in azioni operative diffuse, rafforzando l’integrazione tra ricerca, monitoraggio e governance del territorio.
Tabella 1. Principali parametri del moto del suolo (PGA, PGV, PGD, PSAmax e periodi caratteristici) registrati alle due stazioni delle reti OSU-ME e OSU-RC che hanno misurato, rispettivamente, i valori minimo e massimo di accelerazione.
Figura 6. Registrazioni accelerometriche e parametri di scuotimento per l’evento di ML 3.1 del 30 marzo 2026 (03:58 UTC). Sono mostrati, per le 2 stazioni che hanno registrato i valori minimo e massimo di PGA nelle reti sismiche urbane di Messina (OSU-ME: ME004, ME013) e Reggio Calabria (OSU-RC: RC004, RC006), gli accelerogrammi delle tre componenti (Z, N, E), gli spettri di risposta e i corrispondenti valori di PGA. Ulteriori dettagli sono riportati in Tabella 1.
Considerazioni conclusive
La sismicità dell’Italia meridionale evidenzia una marcata disomogeneità tra frequenza degli eventi, rilascio di energia sismica ed effetti macrosismici. Storicamente, il quadro è dominato da un numero limitato di terremoti di grande magnitudo, mentre la sismicità recente è caratterizzata da un’elevata frequenza di eventi di bassa e moderata entità, con impatto generalmente contenuto.
Il confronto tra periodo storico e strumentale mette in evidenza differenze significative nella distribuzione della sismicità e del rilascio energetico. In particolare, nel periodo successivo al terremoto del 1908 si osserva una minore incidenza di eventi crostali di grande magnitudo e una maggiore frequenza relativa di sismicità intermedia e profonda, la cui evidenza è stata progressivamente resa più chiara dal miglioramento delle osservazioni strumentali. Come evidenziato dalla Figura 3, tale periodo è inoltre caratterizzato da una ridotta occorrenza di eventi nelle classi di magnitudo medio-alta (Mw ≥ 6.0), contribuendo alla minore crescita del momento sismico cumulativo nel periodo recente. Questa evidenza è coerente con la sostanziale completezza del catalogo per magnitudo Mw ≥ 6. In questo contesto, l’analisi del momento sismico cumulativo suggerisce una diversa distribuzione del rilascio energetico nel tempo, solo parzialmente compensata da eventi rilevanti come il terremoto dell’Irpinia del 1980.
Il ruolo della subduzione ionica emerge come elemento significativo nella distribuzione della sismicità recente, contribuendo al rilascio di energia attraverso eventi profondi generalmente meno efficaci nel produrre effetti distruttivi in superficie. Tuttavia, tale interpretazione richiede ulteriori verifiche quantitative basate sull’analisi del momento sismico e sulla distribuzione spazio-temporale del rilascio energetico.
Dal punto di vista del rischio, i risultati confermano che la pericolosità sismica, pur elevata, non è di per sé sufficiente a spiegare gli impatti osservati, anche nel caso di terremoti di moderata magnitudo. È piuttosto la combinazione tra vulnerabilità del costruito ed esposizione a determinare il livello di danno, rendendo il rischio sismico nell’Italia meridionale tra i più elevati in Italia e in Europa. In tale contesto, la riduzione del rischio richiede un passaggio da un approccio prevalentemente reattivo a uno proattivo, basato sull’integrazione tra prevenzione strutturale, conoscenza del territorio e monitoraggio in tempo reale.
L’integrazione tra reti sismiche urbane, sistemi di monitoraggio strutturale e tecniche di analisi avanzate consente di passare da una gestione qualitativa dell’emergenza a una gestione quantitativa basata su evidenze osservate. In questo contesto, lo sviluppo di sistemi di Earthquake Early Warning (EEW) on-site e impact-based rappresenta una prospettiva promettente per la mitigazione operativa del rischio, la cui efficacia richiede tuttavia ulteriori validazioni, soprattutto in scenari sismici di maggiore energia.
In questa prospettiva, gli Osservatori Sismici Urbani, attualmente in fase di sviluppo in diverse aree dell’Italia meridionale e coordinati dal CMSU–INGV, rappresentano un’infrastruttura chiave per l’integrazione tra sismologia e ingegneria strutturale, a supporto di sistemi di monitoraggio e gestione del rischio basati su dati in tempo reale.
Nel complesso, emerge il quadro di un sistema sismico complesso e multilivello, in cui coesistono processi crostali e profondi, a fronte di un sistema territoriale ancora fortemente vulnerabile. La sfida principale resta quella di trasformare la conoscenza scientifica in capacità operativa, traducendola in strumenti e strategie efficaci per la riduzione del rischio e l’incremento della resilienza urbana.
Ringraziamenti
Si ringrazia il Gruppo di Lavoro CMSU, con particolare riferimento a Giampiero Aiesi, Maria Clara D'Amico, Marcello D’Agostino, Gioacchino Fertitta, Luigi Lodato, Salvatore Mangiagli, Claudio Martino, Giuseppe Occhipinti, Dario Pappalardo, Alessio Rubonello, Benedetto Saraceno, Antonio Sicali, Orazio Torrisi e Giuseppina Tusa, che hanno contribuito in modo determinante all’installazione delle stazioni delle reti OSU-Messina e OSU-Reggio Calabria nell’ambito del Progetto PNRR MEET.
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Domenico Patanè
Dirigente di Ricerca - Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) – Osservatorio Etneo. Ha coordinato numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali e vanta una consolidata esperienza nel monitoraggio sismico e strutturale. Responsabile del Centro di “Monitoraggio Sismico Urbano e delle infrastrutture – CMSU” dell’INGV. Componente del Comitato Scientifico di ISI.
Fabio Florindo
Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Ha svolto incarichi di rilievo in progetti scientifici internazionali ed è autore di numerosi studi nel campo della geofisica e delle scienze della Terra.