Niscemi è l’attualità. È la punta dell’iceberg, l’emergenza del momento che ci costringe a guardare in faccia la realtà e ci impone una riflessione seria e non più rinviabile sulle condizioni del nostro territorio, sempre più fragile e segnato da mareggiate, alluvioni, terremoti ed eventi estremi. Non si tratta di episodi isolati né di fatalità imprevedibili. Continuare a considerarli come tali significherebbe eludere il problema, riducendo ogni crisi a un fatto contingente anziché riconoscerne le cause strutturali.
La ricerca scientifica e i dati disponibili delineano infatti un quadro chiaro. L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti ai rischi naturali e presenta una vulnerabilità elevata e stabile nel tempo.
Il dissesto idrogeologico rappresenta una delle criticità principali. Su circa 750mila frane censite a livello europeo, oltre 620mila si trovano in Italia. Nell’ultimo secolo si sono verificati circa 17mila eventi rilevanti, con quasi 6mila vittime e una spesa media annua di 1,2 miliardi di euro destinata principalmente a interventi emergenziali. A questi dati si aggiungono i danni legati alla sismicità, stimati in circa 4 miliardi di euro l’anno, e quelli connessi a frane, alluvioni ed erosione costiera, che incidono per ulteriori 4 miliardi annui.
Il Joint Research Centre della Commissione Europea colloca l’Italia tra i Paesi con la più alta vulnerabilità trasversale ai disastri. All’interno del quadro nazionale, la Calabria emerge come la regione più fragile d’Europa, con la provincia di Reggio Calabria al primo posto per livello di esposizione. Su un patrimonio di circa 14 milioni di edifici, si stima che 6 milioni siano esposti al rischio sismico, 1 milione a quello di alluvioni fluviali e costiere e circa 500 mila al rischio frane.
Secondo le stime consolidate, il costo medio annuo delle emergenze naturali nel nostro Paese raggiunge circa 12 miliardi di euro. Una cifra che, peraltro, non include il valore delle vite umane perse, i costi sanitari di lungo periodo per feriti e invalidi, le perdite di produttività, il deprezzamento del patrimonio immobiliare e gli effetti legati alla percezione di insicurezza dei territori.
Alla luce di questi numeri, appare evidente come la sicurezza del territorio, dei suoi abitanti e del patrimonio non possa più essere affidata a interventi straordinari successivi agli eventi. La prevenzione, sostenuta da investimenti programmati e da una visione di lungo periodo, non rappresenta solo una scelta tecnica o economica, ma una responsabilità collettiva nei confronti del futuro del Paese.
Il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore del rischio, aumentando frequenza e intensità degli eventi estremi e amplificando le ricadute economiche e sociali. Ma la vulnerabilità e l’esposizione rimangono insite nel nostro territorio e nelle nostre scelte politiche.
FONTI
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Antofie, T-E. et al. (2023), “Evidence for Disaster Risk Management from the Risk Data Hub”, EUR 31627 EN, JRC Technical Report
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EU Building Stock Observatory
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Manuela Perrone “Per mettere in salvo il paese serve un piano da 435 miliardi in 15 anni” - Il Sole 24 Ore – 30 gennaio 2026